conoscenza come concretezza e percorso, per nutrire la mente e favorire libero pensiero per la ricerca della consapevolezza, più semplicemente, rendersi conto di ciò che ci circonda ed usarlo come specchio per conoscere meglio se stessi
venerdì 28 ottobre 2011
Poter contare su chi ti vuole bene
L'idea per questo post di oggi mi è giunta dalle parole di nonno Egidio, classe 1913, che mi raccontava di aver visto in tv un commento fatto per una persona che compiva cento anni. Il senso del discorso era che, per arrivare bene a festeggiare il secolo o, in senso più ampio, per stare bene comunque di anno in anno, specialmente dirigendosi verso le molte primavere, si deve aver cura di coloro che ci vogliono bene. Chi ti ama è una risorsa preziosa che ti permette di vivere "con l'animo disteso", così ha detto il nonno. Concordo con lui. Mi faceva capire che arrivando alla sua "giovane età", come la definisce lui, quando tanti amici coetanei non ci sono più, ma restano solo discendenti che hanno vite con poco spazio per tali giovanotti, se discendenti ce ne sono, avere persone intorno che ti regalano un sorriso, un po' di compagnia anche se non così spesso, un aiuto quando serve, è davvero importante, se non vitale. I giorni scorrono con un ritmo lento e sempre uguale ma se hai l'animo disteso dall'affetto di qualcuno camminare ancora è meno faticoso. Credo comunque che ciò valga per qualsiasi età. Essere a conoscenza di vivere nel cuore di qualcuno, se non infastidisce, è una bella fonte di energia e di calore, al tempo stesso sai sempre che chi ti ama è disposto a saltare giù dal letto, anche nel cuore della notte, per venire a darti una mano. Il cuore sa sempre di chi potersi fidare e lo potete capire lasciando aperto un canale di sensazione non codificabile da parole, dove la mente sia necessariamente interdetta, per far posto al vero sentire a pelle, e non solo. Riconoscere vero qualcosa non passa mai dal distretto della testa, lo si sente con il corpo, tutto il resto sono approssimazioni magari utili, ma incomplete. Questo non è un fatto negativo, così come non è sbagliato riconoscere il vero attraverso il ragionamento, è solo una cosa diversa. Quando decidiamo di dare ascolto a certe sensazioni che sentiamo fortemente avere a che fare con la vibrazione del cuore sappiamo, con buona dose di certezza, che siamo sulla lunghezza d'onda giusta. Così amando, così riconoscendo chi ci ama, così imparando ad avere cura di noi stessi per poter continuare ad amare e per potersi mantenere vivi per coloro che ci amano. Elisir di lunga vita.
giovedì 27 ottobre 2011
Forme di decisione
Ho provato ad analizzare ulteriormente l'argomento facendomi uno schema. Non è una classifica definitiva, è solo un modo per esplorare il solito argomento da un altro punto di vista. E, come sempre, si tratta solo del mio parere. Credo che si possa partire suddividendo i tipi di decisione in due categorie principali che dipendono dall'essenza del movimento che generano: le decisioni statiche e quelle dinamiche. Le decisioni statiche comprendono le prese di posizione che portano ad impuntarsi su qualcosa per non smuoversi da lì, mentre le altre si suddividono in decisioni per andare avanti e in decisioni per tornare sui propri passi, una sorta, queste ultime, di decisioni che cancellano quelle precedentemente prese. Questo come panoramica generale. Il denominatore comune ad ogni decisione è sempre la volontà personale diretta al proprio scopo. Se poi si volesse indagare ancora direi che mi vengono in mente, figurandomeli, tre modi di decidere, uno lo definirei come la forma del tuffo, un altro come il cammino, un altro ancora come lo sfondamento, per quanto riguarda le forme dinamiche. Se vi siete tuffati, qualche volta nel corso della vostra vita, ricorderete che prima eravate in un luogo e poi, un attimo dopo esservi tuffati, vi trovavate in un altro completamente diverso. Prima aria e poi acqua e, se ci pensate bene, potete notare due cose fondamentali: la prima e più immediata è la differenza del mezzo nel quale siete immersi, completamente circondati da esso, la seconda è che nonostante ci si questa differenza, ciò che non cambia è l'essere completamente circondati da qualcosa. Metaforicamente parlando, essere immersi in qualcosa è paragonabile al modo in cui viviamo, poiché siamo immersi nel corpo e nella vita che in esso scorre e siamo dentro ai nostri pensieri, ai vari ragionamenti che facciamo costantemente, così una forma di decisione, che prevede di tuffarsi in qualcosa, mi suggerisce l'immagine di qualcuno che porta tutto se stesso laddove ha deciso di andare e lo fa accettando di non lasciare neppure un capello dall'altra parte. Una sorta di piena accettazione dell'atto decisionale, come può capitare quando si vuol cambiare modo di vivere. Tenendo ancora presente la metafora dell'acqua come mezzo di destinazione direi che essa rispecchia un po' l'idea della componente di ignoto che ci si trova comunque ad affrontare. Che si tratti di acqua di mare o di una piscina, quando ci siamo dentro, ci troviamo senza poter toccare un punto fermo con i piedi, almeno all'inizio. La prima reazione dopo il tuffo è quella di lasciare che il corpo torni in superficie per poi eventualmente nuotare. E in quel momento non si sa quale sia la direzione da prendere poiché ogni centimetro della nostra pelle è lambito dall'acqua. Ne siamo immersi ma non la conosciamo bene come conoscevamo bene l'aria alla quale eravamo abituati fino all'istante prima di tuffarci. Credo che i tipi di decisione dove si accetta tutto, anche mettere in conto le incognite richieda molto coraggio, esattamente quello di un tuffatore.
La forma decisionale del cammino è abbastanza intuitiva, appartiene a coloro che nonostante tutto preferiscono non cambiare totalmente ciò che hanno per non perdersi, per poter mantenere d'occhio l'orizzonte e per poter sperimentare due diverse opzioni che si accompagnano a questo tipo di decisione. Coloro che camminano scegliendo di guardare solo avanti e mai più indietro e coloro che viaggiano avanti ma ogni tanto si voltano per dare uno sguardo al passato. Camminare è per chi ama avere sempre il controllo del proprio passo, per chi è radicato in qualcosa e per chi ritiene che il pensiero di dover recidere certi legami sia distruttivo in un modo, al momento, inconcepibile.
La forma decisionale che prevede varcare un ostacolo senza aggirarlo né saltarlo è una delle più difficili da vivere, forse non per la consapevolezza da sviluppare per affrontarla ma per lo sforzo richiesto per non cedere mentre si va avanti. Spesso il mezzo da "sfondare" è nei casi peggiori colloso o elastico e resistente ai vari tentativi, così come potrebbe essere un vizio dannoso. Questo tipo di decisioni sono quasi sempre la volontà di cambiare noi stessi una volta scovato quello che riteniamo un difetto che non ci permette di vivere serenamente. Combattere contro se stessi richiede sempre una dose immensa di forza di volontà e la decisione, in questo caso, deve essere supportata da un valido motivo che permetta di riuscire nell'impresa. E quando si riesce ad andare oltre il proprio ostacolo, perché la resistenza del mezzo con il quale ci siamo misurati ha perso la partita contro la nostra forza di volontà, ciò che si prova è la carezza della serenità come promessa di speranza per il nuovo presente che abbiamo determinato con la decisione di sfondare la barriera che avevamo davanti.
La forma decisionale del cammino è abbastanza intuitiva, appartiene a coloro che nonostante tutto preferiscono non cambiare totalmente ciò che hanno per non perdersi, per poter mantenere d'occhio l'orizzonte e per poter sperimentare due diverse opzioni che si accompagnano a questo tipo di decisione. Coloro che camminano scegliendo di guardare solo avanti e mai più indietro e coloro che viaggiano avanti ma ogni tanto si voltano per dare uno sguardo al passato. Camminare è per chi ama avere sempre il controllo del proprio passo, per chi è radicato in qualcosa e per chi ritiene che il pensiero di dover recidere certi legami sia distruttivo in un modo, al momento, inconcepibile.
La forma decisionale che prevede varcare un ostacolo senza aggirarlo né saltarlo è una delle più difficili da vivere, forse non per la consapevolezza da sviluppare per affrontarla ma per lo sforzo richiesto per non cedere mentre si va avanti. Spesso il mezzo da "sfondare" è nei casi peggiori colloso o elastico e resistente ai vari tentativi, così come potrebbe essere un vizio dannoso. Questo tipo di decisioni sono quasi sempre la volontà di cambiare noi stessi una volta scovato quello che riteniamo un difetto che non ci permette di vivere serenamente. Combattere contro se stessi richiede sempre una dose immensa di forza di volontà e la decisione, in questo caso, deve essere supportata da un valido motivo che permetta di riuscire nell'impresa. E quando si riesce ad andare oltre il proprio ostacolo, perché la resistenza del mezzo con il quale ci siamo misurati ha perso la partita contro la nostra forza di volontà, ciò che si prova è la carezza della serenità come promessa di speranza per il nuovo presente che abbiamo determinato con la decisione di sfondare la barriera che avevamo davanti.
Un'occhiata al mondo da dietro l'angolo
Se non si vive costantemente esposti, ma si conduce la propria esistenza da un punto protetto può capitare, qualche volta, di sporgersi un po' nel mondo per la curiosità di vederlo più da vicino. Parlo di quel tipo di curiosità non troppo invadente, quella accompagnata da un sorriso complice e disarmante fatto a se stessi perché ci viene da ridere per come siamo goffi nell'affrontare qualcosa che scopriamo desiderare ma che non abbiamo mai avuto il reale coraggio di assecondare. Questo è il modo in cui mi sono sentita oggi. Io che muovo i miei passi sempre guardando dove sto camminando, valutando il terreno per prevedere se ci sono buche, oggi mi sono scoperta a camminare senza badare a dove mettevo i piedi, metaforicamente parlando. Così, navigando col pensiero in mezzo ad un'idea nuova, ad un proposito nuovo, non sapendo bene cosa aspettarmi, mi son messa a fare progetti. Magari domani mi alzerò come sempre, tornando abbastanza in me da convincermi che potrei fare una cosa sciocca, enormemente sciocca, ma stasera l'idea ha continuato a nutrirsi da sola così mi sono sentita sporgere dal solito angolo dove ho messo un po' delle mie radici, per potermi proteggere adeguatamente, ovviamente secondo il mio personale canone di riferimento. Osando sporgermi col pensiero automaticamente mi son sentita sporgere tutta verso una parte di mondo che non conosco, che mi è estraneo. Quel che provo è un misto di paura e mancanza di essa, non per incoscienza ma per l'esatto suo contrario. La paura è la mia ancora per evitare di sporgermi talmente da non saper più tornare indietro, mentre la mancanza di paura è data dalla forza del desiderio che, quando si manifesta, non ha alcun limite per se stesso, così come accade per ogni sogno che nutriamo con tanta parte di ciò che siamo. Il limite lo pone la mente ragionante, che mette in fila pro e contro e stila classifiche ed usa statistiche per premettere all'anima di sporgersi o meno oltre il proprio rifugio o soltanto oltre il luogo riparato dove abitualmente sta. Il cuore e il fuoco della passione donano le ali ai sogni, null'altro. Poi, comunque, sempre che lo si riconosca giusto, si deve qualcosa al nostro essere in questo mondo, che vorremmo poter vedere più da vicino con maggiore pienezza di significato tanto da raccogliere direttamente, a contatto con esso, le sue possibili avventure scritte per noi, dunque gli dobbiamo un'ulteriore riflessione. Soppesare quanto egoismo permei la decisione che vogliamo prendere, poiché essa avrà comunque un impatto, non solo sulla nostra vita ma anche su quella di qualcun altro. In certi casi è così, se non siamo totalmente soli e senza alcun legame. Nessuno dice di rinunciare ad un sogno o, in scala minore, ad un semplice desiderio da realizzare, anzi, far vivere i propri sogni è fortemente raccomandato per non morire dentro, ma è la modulazione della forza che mettiamo nella volontà di realizzazione di qualcosa alla quale teniamo che conta, per muoversi con grazia e intelligenza nel mondo. E questa è la teoria, anche se per me, al momento, ogni movenza è a dir poco sgraziata. Mi limito ancora a mettere solamente la punta del naso fuori, per annusare il mondo così vasto, perché ciò che ho imparato mi permette di conoscere solo una parte di esso e questa parte non è quella che ha a che vedere con la sua componente materiale. Il mio mondo mentale, il mio palazzo fatto di pensieri e intuizioni, talvolta giuste, talvolta no, mi protegge su questo piano e se mi sporgo da un angolo di esso, per vedere quello che ancora non conosco, perché non l'ho ancora sperimentato, è un fatto da comprendere, pur non essendo facile convincere me stessa che ci sono altri lati inesplorati tra le file dei desideri che mi compongono. Può darsi che decida di fare la cosa che vorrei fare oppure comprenda che non fa per me perché la riconosco essere un guizzo momentaneo, non importa, perché comunque il tempo scorrerà, con me che continuo a vivere e pensare finché non comprenderò davvero la cosa giusta. E riconoscere davvero la cosa giusta è un atto che fa capo al cuore, come dico sempre. Lì ogni cosa sembra chiarirsi e prendere vita da sola e, se accade questo, e lo sentite così, avrete la risposta che state cercando, saprete che state decidendo o avete deciso nel modo migliore, saprete tutto ciò che serve per capire dove dirigere il vostro stesso cuore, saprete perdonare, saprete l'indirizzo della pace, tanto per citare le cose più importanti, se anche voi le ritenete tali, e avrete sempre un flusso di energia in più per nutrire i vostri sogni.
mercoledì 26 ottobre 2011
Prendere una decisione
Quando ho bisogno di comprendere bene qualcosa, cerco mentalmente di suddividere i componenti del concetto, dopo averli individuati, per aggiungere ulteriore comprensione riferendomi al singolo significato di ogni cosa. Quindi unisco il tutto come fossero gli ingredienti di una ricetta e ho una panoramica abbastanza estesa di quello che sto cercando di capire. Questa è la premessa per affrontare la vastità del concetto di decisione, per parlarne un po' qui. Quando siamo chiamati a prendere una decisione significa che il sentiero che stiamo percorrendo sta per cambiare aspetto strutturale, almeno in parte. Magari cambia il paesaggio o ci si trova davanti ad un bivio, se non a più strade che si diramano, oppure finisce la parte in piana e inizia quella scoscesa, o viceversa, questo per sintetizzare e rendere metaforico un vasto campo di opzioni. Dunque, in un dato momento, ci ritroviamo in un punto in cui il flusso regolare del nostro scorrere quotidiano richiede riflessione e presenza. Una decisione, di qualsiasi tipo essa sia, modifica comunque il proseguo del cammino, con più o meno enfasi, ma pur sempre definendo un diverso ritmo del passo, anche solo per pochi istanti. E' un punto cruciale, secondo me. Ciascuno sa bene come si sente quando si trova a tu per tu con una decisione da prendere. Prendere significa compiere l'azione di raccogliere qualcosa per portarla con me e "prendere una decisione" significa anche portare con me la consapevolezza di aver deciso, non poi così diverso dal sapere di essere responsabile della decisione stessa. In tutto questo, nel punto di viraggio, si incontrano il prima e il dopo l'atto di volontà che definisce il decidere. E come siamo definisce come ci sentiamo prima e dopo. Come si arriva al punto della decisione dipende non solo dalla propria volontà ma anche da fattori esterni, qualche volta ci arriviamo volendo arrivarci e qualche altra ci arriviamo nostro malgrado. Quello che non cambia, arrivati a questo punto, è l'affrontarlo. Si va avanti, prendendo una decisione che porta una qualche modifica, o ci si può rifiutare di decidere proseguendo come sempre, ma credo non sia del tutto sbagliato affermare che, comunque, nel caso del non decidere, si sia paradossalmente presa lo stesso una decisione. Si è presa la decisione di non decidere. Decidere può infastidire, spaventare, essere estremamente difficile, ma è ciò che allena la volontà per arbitrare se stessi. Quando si è confusi, trovarsi nel momento di dover decidere qualcosa è una spiacevole sensazione, specialmente se siamo coscienti di questo e se siamo persone che vorrebbero sempre prendere la decisione giusta, quella che porta a proseguire il cammino sul sentiero meno accidentato. E qualche volta si sbaglia, pur avendo creduto di scegliere bene. Non siamo perfetti né infallibili anche se spesso viviamo con alte aspettative su molte delle cose che fanno parte del nostro mondo personale. Dunque possiamo concederci tempo per prendere una decisione per cercare di limitare eventuali errori. C'è chi vive prendendo quotidianamente decisioni, anche importanti, e chi rimanda o vive nel dubbio costante. E qualche volta si possono capovolgere pure questi casi laddove certi frangenti rendano l'uno indeciso e l'altro determinato. Dunque, c'è solo sempre quel punto strategico della presenza umana con tutta la sua mole di pensieri e sentimenti, in cui siamo lì da soli con noi stessi, faccia a faccia con quello che conosciamo di noi fino a quel momento e, compattando tutto in un unico bagaglio a mano, cerchiamo di attraversare la strettoia attraverso il canale della volontà decisionale, per ricomparire di là incolumi il più possibile con ancora il bagaglio in mano per andare avanti, spesso combattendo il rumore di fondo che si insinua sotto pelle per la paura di aver preso la decisione sbagliata. Poiché si tratta di un momento abbastanza delicato, averne cura sembra la cosa più saggia da fare, anche se qualche volta proprio da decisioni rapide nascono le cose che ci rendono più felici. La mente pondera, il cuore segue il calore e la luce, la pancia scalpita, comunque sia se nel prendere una qualsiasi decisione riusciamo a riconoscere qual'è, in quel preciso istante, la cosa migliore da fare o da dire, saremo certi che avremo messo piede sul nuovo tratto di sentiero che ci attende, anche se per il momento non riusciamo a riconoscerlo.
lunedì 24 ottobre 2011
Un altro posto vuoto nel mondo
E' una notizia. Arriva, sconvolge, lascia tutti con un colpo diretto allo stomaco da incassare. La morte di qualcuno è sempre una notizia di questo tipo. Il metabolismo mentale si disconnette per un po' poi riparte, se va bene, senza il rigetto dell'idea, senza il rifiuto per il dover accettare che certe cose accadano senza poter far nulla per impedirle in qualche modo. Se non va bene, non ci sono parole, i sentimenti si annodano tra loro e si sta solo molto male. E se va bene, a quelli che stanno intorno, restano in mano le parole e i pensieri che cercano la forza per incanalarsi nel dare calore dove questo viene a mancare, dove la sospensione del respiro generata dall'impatto violento con la realtà dei fatti ha creato il gelo in chi viene toccato personalmente dall'evento. Un ragazzo, un motociclista, oggi se n'è andato. Così come è già accaduto e così come NON accadrà di nuovo in futuro, se potesse essere sufficiente dirlo con tutta la forza della volontà che c'è in ogni persona che prova questo sentimento. Qualcuno dice che chi lascia la propria vita nell'attività che ama in fondo sa a cosa va incontro, mettendolo forse in conto tra i rischi del mestiere, come se pensare a questo velato alibi contro la realtà del pericolo che, spietato, non riconosce nessuno, si possa stare meglio. Forse per qualcuno è vero così, e ciò aiuta a non morire di dolore, per poter continuare a credere che si può correre fin quasi a superare il vento, per misurarsi con se stessi e con gli altri, per l'adrenalina che scorre e nutre la voglia di volare e di toccare il limite, per sbirciare oltre da quel punto di vista privilegiato e tornare a terra prima di ripartire per la prossima avventura, la prossima gara, la prossima sfida. Tutti allora ricordano che l'atleta era anche un uomo e per quanto eccellesse nella sua specialità era sempre un uomo, con una famiglia, dei legami, con le cose che amava e che pensava. Lui c'era e occupava un posto nel mondo, in mezzo agli altri. Sorrideva, amava, viveva. Adesso un errore lo ha portato via. Sì, un errore, e non importa di chi o dovuto a cosa, personale, altrui, perché non cambia il non esserci più. Quello che resta è solo un altro posto vuoto nel mondo e mai nessuno, davvero, potrà mai occuparlo. Ogni volta che accadono eventi simili tra loro, questo ripetersi dovrebbe entrare dentro ogni mente per rimanere stampato a fuoco nella coscienza quotidiana, come monito per comprendere fino in fondo senza mezze misure che qualcosa può cambiare. Se valutiamo che l'attenzione in noi è carente, ok, d'ora in poi rallenteremo anche soltanto una frazione di secondo per permettere una migliore gestione dell'azione che richiede l'attenzione e ci impegneremo a intensificarla. Ne va sempre della vita. Questo non vale solo per l'attenzione, è un esempio, il senso è guardare bene per accorgersi dove sta il punto debole per insufflarci nuova energia, per proseguire in sicurezza, non per continuare a correre per il mero gusto di farlo, ma per continuare a correre con un occhio rivolto alla salvaguardia della vita così, se si rivelasse necessario, potremmo decelerare senza alcuna rinuncia. Dopo, vorresti rimediare dopo l'accaduto, vorresti tornare indietro nel tempo per distruggere il bolide della persona cara, vorresti dirgli di rimanere a casa quel giorno, vorresti tante di quelle cose che tutte insieme non riescono a stare nella mente oppure vorresti soltanto aver avuto più tempo per salutarlo se poi ti convinci che solo cavalcando il suo sogno poteva stare bene... Chi resta deve aggiustare gli spazi dentro di sé per trovare un equilibrio che impedisca di impazzire quando il pensiero torna lì. Se poi accade un fatto simile, la storia dunque si ripete, il dolore si risveglia, così oggi andandosene Marco si è risvegliata la memoria del giorno in cui se n'è andato Nicolò. Nicolò, un ragazzo che ho conosciuto, Marco, un ragazzo che non conoscevo, ma non vedo la differenza, purtroppo entrambi hanno lasciato vuoto il loro posto nel mondo...
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