conoscenza come concretezza e percorso, per nutrire la mente e favorire libero pensiero per la ricerca della consapevolezza, più semplicemente, rendersi conto di ciò che ci circonda ed usarlo come specchio per conoscere meglio se stessi
venerdì 25 maggio 2012
Quando si ricorda ancora
Ci sono date del calendario che hanno un significato profondo legato alle storie personali. Ogni persona ne ha nella propria memoria e sono così legate al cuore da non riuscire a distinguere i capi del filo che forma questo legame. E' un tutt'uno, come una circuito chiuso su cui scorre il pensiero senza fine. E in questo flusso c'è tutto, quello che riusciamo a vedere bene e quello che ci sfugge. Ogni volta che entriamo in questo circuito ci lasciamo andare perché è giusto che sia così e perché non ne possiamo fare a meno poiché ancora si sente tutto con intensità. Il cuore batte forte innescato dal promemoria di un qualsiasi ricordo che si presenta. E ci si trova catapultati in quel punto più sensibile, quello che riconosce in un soffio leggero una mano pesante che soffoca o ferisce, non la carezza che è. Un filo scoperto che vibra più intensamente non sa fare diversamente. Così, quando entriamo e ci lasciamo trasportare dal flusso che va, si pensa, non creando nuovi pensieri ma usando tutti i ricordi a disposizione. L'equivalente di un album di fotografie sul quale soffermarsi sperando di trovare l'equilibrio che ti permetta di camminare senza scivolare. Di sotto, a tratti, c'è il vuoto dove non c'è lo specchio delle proprie lacrime. Perché unire la realtà presente al ricordo può creare sia l'uno che le altre. Tuttavia, all'interno del Ricordo, quello con la maiuscola, quello intriso di cose buone e amore, c'è una pace particolare, anche se non è ancora dentro di noi. Quando un ricordo è dentro di noi non è sempre facile lasciare che si espanda abbastanza da comunicarci la sua speciale pace, fatta del momento al quale si lega, perché rimane il tormento del ricordo della realtà. Ma se riuscissimo a svincolarci per un istante dalla realtà, potremmo provare ad entrare dentro al ricordo, così vedremmo tutto come se fosse lì, a nemmeno un passo da noi. Se non riusciamo a darci pace, ogni pensiero che ci sfiora nel quotidiano e porta con sé un qualsiasi aggancio al ricordo, ci ferirà anche se non ce ne rendiamo conto o se non lo crediamo possibile. E darsi pace da soli non è semplice, serve una forza sovrumana per tentare anche solo di vederne un po' attraverso ciò che fa male. E solitamente quello che fa male è proprio il pensiero della realtà e di ciò che in essa manca. Il Ricordo porta con sé anche questo. La pace qualche volta però riesce a nascere anche in posti inospitali specialmente se si riesce a comprendere che il ricordare è davvero la misura del nostro amore nonostante tutto. Quando il riverbero del colpo nell'anima è ancora a poca distanza, stare in equilibrio è faticoso quanto l'imparare di nuovo a camminare. Ma qualcosa che scalda c'è, ed è fatto dello stare su quel circuito della memoria insieme a chi la condivide, senza avere timore di mostrare che in questo giorno del ricordo si torna vulnerabili e si annaspa ancora nonostante i chilometri fatti, che avrebbero dovuto garantire una forma migliore. Una data di nascita è, e rimarrà sempre, tale anche se la realtà ci metterà del suo per rubare la scena al pensiero positivo. Così, insieme al ricordo nutrito dal cuore invece che dalla tristezza, ci sarà sempre vita, anche se quello che resta non sarà più parte della tangibile quotidianità ma solo di un luogo parallelo, comunque ugualmente accessibile. Così si accetta ciò che rimane, perché si ha solo questo oltre al ricordare ancora con tutto il cuore. Per N.
lunedì 14 maggio 2012
Dentro e fuori dall'abisso del dolore
Ultimamente non sono stata bene in salute e il dolore fisico mi ha riaperto in profondità un'altra ferita, non fisica, ma dolorosa che non ha mai smesso di fare male davvero. Quando si sta male, qualsiasi sia la causa, qualsiasi tipo di dolore si provi, si cerca di fare in modo che tutto si plachi per non sentire più male. E' naturale cercare di stare bene, anche se la propria soglia del dolore permettesse di sopportarlo non fa bene permanere troppo a lungo nello squarcio che il dolore crea. Se guardo indietro nel corso di tutta la mia vita fin qui, forse ancora con la mente annebbiata dall'ennesima botta dolorosa, mi sembra di riuscire a vedere solo le lunghe attese immersa nel dolore, attese di momenti meno dolorosi, fisicamente e non. Quando ero adolescente i momenti di dolore fisico ricorrente erano il terreno della mia sfida, mi sentivo forte abbastanza per resistere perché volevo temprarmi. Ero una combattente... Sapevo che comunque passava e accettavo di viverlo come esperienza. Poi è venuto il tempo in cui non ne potevo più di tutti quegli anni trascorsi così e ho usato tutti i rimedi possibili per smettere di stare male. Qualche medicina funzionava, qualcuna no. Prima di questo, però, in contemporanea, ho avuto un altro carico di dolore fisico da affrontare, di diversa natura, ma ugualmente snervante. Anche in quel caso raccolsi il guanto della sfida e andai avanti con resistenza, forza e fiducia. Ho rischiato ma ne sono uscita discretamente vittoriosa e da anni senza dolore. Tutti percorsi lunghi, incredibilmente lunghi che, devo ammettere, mi hanno, sì, forgiata ma anche mi hanno consumato un po' dell'energia, o forse è solo un'impressione che sia così, non ho certezza di questo... Adesso, pur consapevole che c'è chi sta peggio di me, mi ritrovo stanca di questo abisso. Non voglio credere che non ho più forza in me, non voglio credere di avere paura anche se ammetto che ne ho, così cerco febbrilmente nella memoria tutte le volte in cui sono riuscita a sconfiggere quel tipo di stare male che ti tira a fondo come un piombo. Questa volta è tutto più difficile perché una volta scomparso il dolore fisico resta quello nell'anima. Quello che crea l'abisso, o quantomeno la percezione di esso. Questo tipo di dolore infinito lo riesce a provare solo il cuore e ben poche sono le medicine che migliorano le cose. Quando ci sei, dentro l'abisso, non vedi il fondo, non vedi pareti, non vedi nulla che possa offrire un appiglio per uscire di lì, vedi solo il dolore e se non provi rabbia né incolpi alcuna persona che non sia tu non crei nemmeno un po' della forza propulsiva necessaria a muovere qualcosa. Forse questo dolore grande è la mia ennesima sfida perché non vorrei mai che la mia pace venisse fuori riversando su qualcuno o qualcosa il mio malessere. E pur tuttavia vorrei smettere di sentirmi in colpa io almeno per interrompere un attimo il circolo vizioso che si forma. Un abisso è pur sempre un abisso e come tale sa inghiottire in profondità se gli si permette di farlo. Come si riesce a combattere immersi in un materiale inconsistente che però ti circonda e ti avviluppa, che armi si usano? Nessun arma materiale puoi portare lì dentro, perché è interno a noi. Solo la mente può divenire abbastanza affilata per tentare di trovare una qualche soluzione, se non definitiva, almeno temporaneamente valida. Così l'atto di forza è stato fare il contrario di come ho sempre fatto fin'ora. L'onda d'urto del capovolgimento mentale ha generato uno stop che mi ha permesso di vedere e dunque di dominare il pensiero tutto insieme, nella sua quasi totalità. Ho semplicemente smesso di scappare mentalmente, ho ammesso che il dolore c'è e ce n'è una quantità smisurata, invece di cercare di convincermi che non fa così male. Ho pianto tanto e tanto a lungo da sentire il sapore delle lacrime nello stomaco e ogni volta che mi sale su il dispiacere risento quel sapore che mi fa piangere di nuovo, ma se la mia nuova sfida è accettare questa convivenza, senza negarne l'esistenza, so che ho iniziato a essere più forte della pressione dell'abisso. Scrivo perché non so parlare, chiedo, mendico perdono ma sono vane parole se nessuno le raccoglie e mi dà una mano perdonandomi, così sono da sola, spietatamente da sola a guardare come meglio posso questo dolore in più. Così il dolore fisico questa volta ha portato con sé in superficie il suo simile e mi ha gettato il suo guanto. Lo raccolgo ma con lentezza perché non ho più l'energia infinita di una volta. Riuscire a vedere l'abisso del dolore anche per un solo istante permette di uscirne in qualche modo e anche se capiterà di caderci dentro di nuovo sembrerà, da quel momento in poi, meno grande. Questo è l'effetto del pensiero in un mondo fatto della sua stessa materia. Come le cose che si credono e quelle che non si credono e che hanno un forte impatto sulla vita reale quotidiana.
Pensare di sconfiggere l'abisso del dolore, qualora capitasse di sperimentarlo, non è la mossa vincente, non inizialmente perlomeno. Se non lo si circoscrive ammettendo che esiste, non si inizia neppure a domarlo. Solo che non trattandosi di un cavallo selvaggio l'atto del domare in questo caso non è finalizzato al successivo utilizzo bensì ad un passo ulteriore nella direzione della consapevolezza della propria forza interiore. E non è sempre vero che un dolore domato sparisce da solo, talvolta serve l'aiuto di circostanze positive che confermino la fiducia in se stessi. Non a tutti è riservato il silenzio dall'altra parte ma, comunque sia il caso, quello che conta di più, in mancanza d'altro, è resistere per non soccombere al dolore. Non è garantito che una volta usciti dall'abisso poi non ci si ricada per un qualche motivo, o per una sola sciocca memoria nostalgica, serve provare a tenere a mente che ammettere con se stessi come si sta, cosa si sente dentro, è una possibile chiave per trovare l'uscita da un luogo oscuro interiore dove non si sta mai bene, anche se si crede che il permanerci possa far sì che qualcuno, un giorno, abbia compassione e ci venga incontro per darci una mano. La nostra storia personale la facciamo da soli, coloro che sono gli altri e che, se si è fortunati, ci sono vicino, non sono l'ossatura portante, pur contribuendo ad essa in modo significativo con la loro presenza e il loro amore per noi.
Pensare di sconfiggere l'abisso del dolore, qualora capitasse di sperimentarlo, non è la mossa vincente, non inizialmente perlomeno. Se non lo si circoscrive ammettendo che esiste, non si inizia neppure a domarlo. Solo che non trattandosi di un cavallo selvaggio l'atto del domare in questo caso non è finalizzato al successivo utilizzo bensì ad un passo ulteriore nella direzione della consapevolezza della propria forza interiore. E non è sempre vero che un dolore domato sparisce da solo, talvolta serve l'aiuto di circostanze positive che confermino la fiducia in se stessi. Non a tutti è riservato il silenzio dall'altra parte ma, comunque sia il caso, quello che conta di più, in mancanza d'altro, è resistere per non soccombere al dolore. Non è garantito che una volta usciti dall'abisso poi non ci si ricada per un qualche motivo, o per una sola sciocca memoria nostalgica, serve provare a tenere a mente che ammettere con se stessi come si sta, cosa si sente dentro, è una possibile chiave per trovare l'uscita da un luogo oscuro interiore dove non si sta mai bene, anche se si crede che il permanerci possa far sì che qualcuno, un giorno, abbia compassione e ci venga incontro per darci una mano. La nostra storia personale la facciamo da soli, coloro che sono gli altri e che, se si è fortunati, ci sono vicino, non sono l'ossatura portante, pur contribuendo ad essa in modo significativo con la loro presenza e il loro amore per noi.
giovedì 26 aprile 2012
Ogni volta che ti ho cercato...
Quando non si butta mai via quello che si è accumulato non c'è da sorprendersi se un giorno capita di imbattersi in qualche memoria passata. La memoria in questione non è solo quella che porto con me ogni giorno ma è quella del mio vecchio cellulare. Scorrendo tra i vari tasti ce n'è uno legato all'archivio. E' lì che ho fatto andare tutti i messaggi che ti ho mandato. Un luogo nascosto alla vista, un custode fidato, per evitare di buttare via così in un click le cose che sentivo e che ho sintetizzato in meno parole possibili per farne dei messaggi. Ho riletto più volte le cose scritte e ho visto di me cose che non avevo visto prima. Cose da salvare e cose da gettare, come accade ogni volta che ci si occupa di rivedere quello che si è accumulato lì da qualche parte. Quando si vive ciò che si sta provando non si ha quasi mai il potere di astrarsi abbastanza da potersi rendere conto di quali siano i limiti, così si cammina magari anche calpestando... Ho sempre avuto il passo pesante... Rivedendo tutti insieme quei messaggi ho visto con quale forza ti ho sempre cercato nel tempo e ho capito che questa forza era fatta di tante cose mescolate insieme in modo talmente stretto da non saperle distinguere. Mi stravolge un po' questo tuffo nell'anima e nel cuore che sento comprendendo le singole parti di questo groviglio. Ti ho cercato perché mi sembrava magnifico avere una seconda occasione per conoscerti e l'insistenza era la voce della paura di perderla di nuovo. Ti ho cercato perché a scatola chiusa ho sempre pensato bene di te e volevo sfamare la curiosità per avere eventuali conferme al mio intuito. Ti ho cercato perché, anche se non lo sapevo gestire, tenevo così tanto a te... e fidandomi di ciò che sentivo pensavo che sarebbe stato facile fare amicizia con te. Ti ho cercato per la paura costante di perdere il sottilissimo filo di dialogo che in qualche occasione c'è stato. Ti ho cercato per dirti quello che sentivo senza badare al fatto che in quel momento non avevi voglia di ascoltare un discorso del genere e non ho mai azzeccato nessun momento... Ti ho cercato talmente tanto da rendermi ridicola e fastidiosa per l'incessante bussare. Oltre al passo pesante ho anche la testa dura... Ti ho cercato sempre perché quello che c'è in te, c'è solo in te, così com'è. Semplicemente tu sei tu... e non si può cercare qualcuno altrove se non dove si sa che c'è. Ti ho cercato con tutto il mio cuore pensando troppo a te, questo è vero, ma se questo è un errore riparabile, prenderne atto insegna a crescere e a migliorare se stessi. Ciò che si prova dentro al cuore è qualcosa che il più delle volte ha bisogno di una vita intera per essere compreso pienamente e di esso si sa solo come ci fa sentire, non si sa mai perfettamente che nome dargli e come classificarlo materialmente. Si sa che sta lì, dentro, e nonostante tutto permane, e ci fa agire anche sbagliando. E' lo slancio con o senza rincorsa che fa fare il salto per tuffarsi nella pienezza di se stessi quando si riconosce di essere innamorati. Il mio slancio esagerato mi ha fatto mancare per un pezzo la piscina ma la forza che lo animava era un palpito profondo del mio cuore, emerso ogni volta che ti ho incontrato. Ti ho cercato evitando di guardare davvero alla realtà che tu non vedi lo stesso di me. Ti ho cercato sperando sempre che qualcosa cambiasse, non posso non ammetterlo, ed ogni volta ho dovuto cercare di piegare il capo per arrendermi all'evidenza combattendo tra il rispetto assoluto che si deve alla libertà di scelta altrui e tutto quello che c'è nel cuore. Ogni volta che ti ho cercato volevo coinvolgerti in qualche chiacchiera e volevo che tu facessi lo stesso con me, perché so che sai essere divertente e spiritoso oltre che sagace. Ti ho cercato perché mi intrigava conoscere cosa c'era sotto la superficie e, abituata com'ero a calibrare le risposte altrui su me stessa, non ho messo in conto la tua riservatezza e il fatto che non ti confidi con chi ti chiede di farlo. E solo il Cielo sa quanto avrei voluto stare lì ad ascoltarti se avessi avuto qualcosa da raccontare o da dire. Ti ho cercato perché ho creduto che pescare nel tuo silenzio facesse emergere quella parte di te che sa sorridere e sa affrontare con disinvoltura la vita, e chissà che adesso, lontano dai miei messaggi, tu non sia già capace di farlo nonostante tutto. Ed ogni volta che ti ho cercato, le volte che mi hai risposto, mi hanno sorpreso, il mio piccolo tuffo nel cuore pieno di gioia perché c'eri. Oggi ho un archivio pieno di ricordi e una memoria nuova dove vorrei poter registrare nuovi messaggi, anche tuoi, momenti divertenti, battute, semplici ciao per fare pace, o solo per imparare a non soffermarsi troppo nelle nicchie del rancore o dell'indifferenza assoluta. Tutti abbiamo da imparare a gestire ed a convivere con i propri sentimenti positivi, negativi o sconvolgenti che siano, ma se si smette di credere che sia possibile dialogare allora si perde qualcosa. Ed io non vorrei perdere te né questo qualcosa che rende gli esseri umani tali.
Avere cura di qualcuno
Non è solo un pensiero, è anche un'attività che richiede partecipazione. E, prima o poi, a meno che non si sia totalmente soli e isolati dal mondo, capita di occuparsi di qualcun altro a parte noi. E potrebbe accadere lo stesso anche se non avessimo cura di noi stessi. Perché avere cura di qualcuno insegna anche a rivolgere quanto si impara verso di noi. La partecipazione può essere spontanea o suggerita ma ciò che non cambia in fondo all'esperienza è quello che otteniamo. Nel concetto di partecipazione risiede quello di presenza in ciò che si sta facendo, mentre per il coinvolgimento emotivo serve un discorso a parte. Perché, sì, si può essere la persona più efficiente del mondo nell'occuparsi materialmente di qualcuno, sempre vigili, presenti e competenti, ma ciò che si prova durante questo tempo può avere varia sorte. Si può costruire un semplice recinto attorno al cuore per evitare di coinvolgerlo troppo o, se la paura di affezionarsi fosse grande, si potrebbe costruire ben più di un recinto, magari una fortezza. Oppure si potrebbe lasciare che tutto il vissuto diventasse nutrimento per l'anima che desidera, più di ogni altra cosa, condividere le esperienze e le emozioni che sente. Se la partenza avesse solo un'iniziale efficienza e poco sentimento ci si potrebbe sorprendere ad osservare noi stessi sotto una luce diversa dal solito, perché potremmo accorgerci di avere abbassato, senza rendercene conto, la dimensione delle barriere attorno al cuore. E se così fosse mi sentirei di suggerire di non spaventarsi per l'accaduto se questa consapevolezza incidesse sul cuore più del previsto. Direi di lasciarsi andare per un momento per prendersi il tempo necessario per assaporare la sensazione che scalda dentro. Scoprire di essersi affezionati alla persona di cui ci stiamo occupando ci dipinge ai nostri stessi occhi in modo diverso da come ci conosciamo di solito ma è proprio qui che possiamo imparare qualcosa di più su di noi. Se riusciamo ad accettarlo allora avremo vinto la battaglia interiore per sciogliere qualche nodo. Divenire consapevoli di sapersi affezionare anche quando ci si impone di non farlo, allarga la strada sulla quale camminiamo per fare spazio ad un compagno di viaggio spesso scomodo, la consapevolezza di quello che si chiama legame e del fatto che un giorno, in qualche modo, si potrebbe soffrire sentendo le scosse su di esso. Amare qualcuno è l'accettazione che questa gemma di affetto possa diventare una pianta intera e la cura, che avevamo anche prima del coinvolgimento emotivo, è l'acqua che portiamo alle sue radici. E la paura di non essere più infallibili, poiché ci sembra di perdere di efficienza dato il coinvolgimento del cuore, fa tremare ogni volta che la persona della quale ci curiamo soffre per un qualche motivo. Così nascono un mare di domande, alcune anche scioccamente esagerate, su come, cosa, quando fare tutto il possibile per mantenere fede al compito assegnato che ora è diventato qualcosa di più. Sì, è vero, amare fa soffrire proprio perché coinvolge, ossia ci rende partecipi e, mentre lo fa, riusciamo a vincere di nuovo un'altra battaglia, quella più dura contro l'egoismo, che è la cura di noi stessi senza vedere altro. R.B.Between
lunedì 23 aprile 2012
Speranza e Pazienza
Scritte con la maiuscola perché sono vive abbastanza da insegnare qualcosa a chiunque sia disposto ad ascoltarle. Della Speranza si sente dire che sia l'ultima a morire mentre della Pazienza si sa che chi la possiede o, meglio, ne è accompagnato, riesce ad affrontare il cammino con la lentezza necessaria affinché certi particolari non vadano perduti con la fretta o l'incuria data dallo spazientirsi. Poi mi soffermo a riflettere su ciò che alcune persone dicono. "Sto perdendo la pazienza!", "Ho perso la pazienza!"; "Non ho più speranza...", "Ho perso ogni speranza". In queste frasi io credo che non ci sia l'affermazione di una realtà se non quella che il soggetto percepisce. Mi spiego meglio. L'affermazione di una realtà è come una fotografia non ritoccata, una semplice istantanea, un'immagine esatta di quello che è lì sotto gli occhi di tutti e non cambia la sua verità a seconda del punto di vista di ciascuno. Mentre la realtà percepita dal soggetto discende da ciò che prova il soggetto stesso e dunque si modifica a seconda del soggetto. La Speranza e la Pazienza sono due qualità umane, due attitudini dell'anima e del cuore che nascono dentro per vari motivi, ma una volta che sono nate esse vibrano pienamente di ciò che rappresentano con tutta la loro forza vitale e la comunicano a chi le ha in sé. La Speranza e la Pazienza in virtù della loro essenza non si esauriscono mai, ciò che viene meno, in determinati casi, è la resistenza umana. Mancata resistenza fisica o morale che dà voce al malessere percepito. E' sempre questione di spazi occupati da qualcosa. Se il dolore o il dispiacere o lo scoramento o la rabbia o qualsiasi altro sentimento prevale sul ricordo della Speranza e della Pazienza che abbiamo in noi, diventa facile dare voce alla sensazione che né l'una né l'altra siano ancora lì a riempire il vaso di positività. Speranza e Pazienza servono proprio nei momenti più difficili. La Speranza sa accompagnare lungo il sentiero tenendoci per mano e prestandoci un lembo del suo mantello quando piove. La Pazienza guida la mano nei lavori più complessi, accompagna l'attenzione nel risolvere i problemi per evitare di trascurare qualche dettaglio importante, e culla, assieme alla Speranza, durante lunghe attese. Dunque, in base a queste caratteristiche, non ho mai creduto al fatto che siano loro ad esaurirsi o ad andarsene lasciandoci in balìa degli eventi a combattere da soli. Piuttosto, osservando bene ciò che è dentro l'essere umano, vedo in quest'ultimo la sua debolezza, fatta del cedere alla strada più rapida, dove è più facile perdere sia la Pazienza che la Speranza. Quando si perde la Pazienza ci si arrabbia e lo scoppio di energia ha il potere di spinta, magari quello necessario per uscire da una qualche situazione, e questo non è negativo in sé, poiché in certe occasioni serve anche che le cose siano così. Quello che va meno bene è perdere spesso la Pazienza, il che rende instabile il proprio equilibrio e fa stare male tutti coloro che ci sono vicino. Se si perde la Speranza si rischia di lasciare libero il posto per la malinconia, che porta a sua volta tristezza e depressione. Come un fiore che prima era turgido d'acqua e stava orgogliosamente in piedi in mezzo al prato e poi si accascia privo della forza che lo sorregge, seccandosi lentamente. Eppure credo che, se anche per una sola volta abbiamo compreso in noi ciò che danno sia la Speranza che la Pazienza, queste due presenze luminose restino per sempre dentro chi le ha provate. L'impronta è indelebile come la forza della loro essenza e poiché non sono quantificabili non possono neppure diminuire né perdersi. Se abbiamo Speranza e Pazienza, o solo l'una o l'altra, le avremo sempre. Sta a noi, nei momenti in cui la vita ci propone circostanze che mettono alla prova entrambe, puntando il dito verso i nostri punti deboli, riuscire a ricordarci della loro esistenza usandole e mescolandole a ciò che siamo, a chi siamo, per temprarci. E con questa forza potremmo camminare riconoscendo che c'è sempre una possibilità in più rispetto a quel che crediamo, sarà cura della Speranza farcela vedere mentre il compito della Pazienza sarà quello di ritagliare lo spazio nel tempo per rendere il tutto possibile.
domenica 22 aprile 2012
Come sarebbe stato...
C'è un punto dentro di noi dove credo esista una specie di ritrovo tra sentimenti. Non un punto qualsiasi né un ritrovo qualsiasi ma un luogo dove la consapevolezza di tutto ciò che fa parte del presente sta faccia a faccia con ciò che avrebbe potuto essere se le cose fossero andate in un altro modo. Me lo immagino come uno specchio magico dal quale si possa vedere oltre la superficie paradossalmente riflettente e trasparente. Una sorta di follia, un'aberrazione della mente, innescata da un ricordo che nasce nel cuore e lo strappa perché il ricordo si lega ad un affetto mancante. Questo pensiero mi è nato il giorno in cui ho deciso di prendere con me una "diavoleria moderna ipertecnologica", così come avrebbero detto i miei nonni vedendomi con un cellulare "che fa tutto tranne il caffè". Pensando alla potenzialità stupefacente di poter fare delle fotografie di ottima qualità ho attirato i ricordi di quella che era la passione di mio padre. Sono già volati in un soffio dodici anni dal giorno in cui mi ha lasciata con tutte le sue fotografie, la storia della famiglia in immagini. Mi sono trovata a pensare a come gli sarebbe piaciuto poter vedere questo aggeggio elettronico anche se lui era abituato a quelli meccanici. Me lo sono immaginato sorridente ed ho scattato una foto con la mente, a questo vecchietto con i capelli bianchi ma sempre vispo come un bambino; sarebbe stato così se non fosse andata come è andata. Eccoci di fronte allo specchio magico paradossale, mi vedo riflessa in trasparenza, sospesa tra il presente e tutto quello che avrebbe potuto essere. Lo scontro c'è ma non lo si vede riflesso perché sta dentro al cuore, mentre si crea un vuoto che attira altri pensieri che hanno radici in comune. Praticamente impossibile non pensare a tutti coloro che hanno perso qualcuno che amavano (e amano tutt'ora, poiché non si smette di amare, perché ancora e sempre si accarezza con il cuore il ricordo di chi ha smesso di camminare sulla terra) mentre si annaspa un po' nella corrente forte che si forma. Perché, anche se cerchiamo di convincerci che il presente è la cosa alla quale si deve rispetto e che ci permette di non soccombere nei momenti di sconforto, la costruzione di come sarebbe stato inizia da sola. Se si riesce a non piangere troppo, se si è abbastanza forti, dunque, da mantenersi eretti pur con gli occhi lucidi, si può viaggiare in un tempo astratto dove siamo noi a colorare gli eventi e a dar loro forma e contenuto. E qui, loro ci sono, ci sono tutti coloro che amiamo e i loro volti ci guardano, anche se non avremo mai la certezza assoluta che questo sguardo verso di noi sia solo il frutto del desiderio intenso che proviamo o se dentro questo, indistinguibilmente legato, si trovi anche qualcosa in più. Che sia una altrettanto paradossale impercettibile percezione di un battito dei loro cuori trasferito nell'etere e nel cielo? Non lo so ma preferisco lasciare uno spiraglio aperto a questa stramba possibilità assai poco terrena. Non mi costa nulla accogliere, quanto piuttosto mi costerebbe il negare senza appello solo perché voglio credere esclusivamente ai miei occhi fisici. Solo un pensiero... Così il "come sarebbe stato" si trasforma in una piccola oasi dove, se si riesce a vietare l'ingresso alla malinconia, si ha un tempo in più per far respirare il cuore che talvolta non si dà pace, perché conoscere bene il presente non concede spesso ciò di cui avremmo maggiormente bisogno quando inciampiamo su certi pensieri. E questo vale sempre quando ci si trova nella situazione di far incontrare la consapevolezza del qui e adesso con l'ipotesi di una strada diversa che però non è stata imboccata.
Iscriviti a:
Post (Atom)