sabato 9 aprile 2011

Sincerità e maschere

Per essere sinceri occorre imparare a spogliarsi di tanti orpelli accumulati nel corso della vita. Una nudità che ci rende speciali. E la sincerità, per definizione, è assimilabile alla nuda verità, pur non necessitando di essere brutali nell'esprimerla. La sincerità mi suggerisce trasparenza e semplicità, questo è quello che ho sempre pensato di lei. Non sempre, però, è una compagnia facile, poiché ella richiede dedizione e costante pulizia interiore ma, soprattutto, richiede di non mentire a se stessi. Se non si mantiene la connessione con la volontà di trasparenza verso quello che abbiamo dentro, ciò che rimandiamo agli altri è una menzogna. E questo avviene perché, per primi, non si è sinceri con noi stessi ma, se accade di non essere onesti fino in fondo, ciò che si ottiene è che non siamo davvero noi a presentarci, bensì una forma di noi che ci somiglia soltanto. L'involucro che si fa maschera. Quante volte capita di pensare qualcosa e, interrogati, diciamo tutt'altro. Neppure ci si bada. Eppure, quella sottile vibrazione distorta di una verità, che vorrebbe splendere per se stessa, soffre, secondo me, ad uscire vestita con un abito che non le appartiene. E ne soffriamo noi, anche se, da principio, non ce ne rendiamo conto. C'è chi dice che piccole bugie a fin di bene siano inoffensive, un niente che può essere concesso nel corso dell'andare. Specialmente se vi si trova una valida giustificazione. E, tuttavia, la valida giustificazione, qualche volta, si trasforma in alibi. Anche da una piccola bugia può originarsi un'impalcatura di falsità interconnesse, che un giorno, magari, è destinata a soccombere per una sola folata di vento improvvisa. Potrebbe succedere. I confini tra le definizioni, e le singole vicende che vedono protagoniste la sincerità e la menzogna, sono ricchi di sfumature. Personalmente trovo che la sincerità sia anche uno strumento per mostrare se stessi così come si è, per donare una forma all'essere, il contrario di quel che fa una maschera, che nasconde, e fa apparire qualcosa di diverso per distrarre l'attenzione dall'essere. Ma serve coraggio per potersi "mostrare" così come si è, anzi, sto usando il verbo sbagliato, dovrei dire per poter "essere" come si è, per sottolineare il concetto dell'integrità, che mi sembra sempre accompagnare l'essere onesti. Quando mi guardo allo specchio, lo faccio per controllare che tutto sia in ordine, non voglio certo farlo nascondendomi, altrimenti con quale scopo mi sto guardando? Non voglio veli né, tanto meno, maschere, per rivedermi, o meglio per vedermi davvero, scelgo la sincerità di uno specchio. Quindi la sensazione che cerco, l'essere onesta con me stessa, viene da dentro di me, è frutto della mia volontà. Se avessi paura di svelarmi di fronte alla superficie riflettente potrei pensare di avere paura e, qualche volta, accade che sia così. In questo caso basta rivolgere altrove lo sguardo, mentre le palpebre fanno il resto del lavoro, nascondendo la luce dell'anima che custodiscono, proteggendo gli occhi che ne sono sede. E' vero, qualche volta ho mentito a me stessa, ed è successo tutte le volte in cui non volevo confrontarmi con tutto quello che sentivo risalire dal profondo. Ho tradito la sincerità in favore di un comodo rifugio dove la sofferenza veniva attutita. Ho preferito una maschera che mi celasse a me stessa, per non pensare. Poi ho camminato ancora un po' con questo strano peso sul volto, che stava cominciando a modificarne i connotati sottostanti e, prima che fosse troppo tardi, ho deciso di gettare via la maschera. E' stata una battaglia muta tra me e me, per non smettere di ascoltare la verità, quell'impeccabile combaciare di ciò che nasce nel cuore, principalmente, con il pensiero che lo avvolge e lo veicola all'esterno. Ma non si tratta solo di questo, c'è molto di più. C'è la riflessione che lo specchio sa insegnare e c'è il percorso di accettazione che, piano piano, va sgretolando la maschera che ci siamo costruiti. Mille sono i motivi che portano alla costruzione di una maschera, ma tutti, secondo me, hanno radice comune nel desiderio di protezione. Percepire la propria debolezza, o dolcezza, avendola confrontata con la forza selvaggia della realtà spietata di ogni giorno, crea una risposta quasi immediata, il desiderio di creare un rifugio sicuro, che permetta di continuare a vivere nonostante tutto. Una necessità primaria che fa parte dell'istinto di conservazione animale. In questo senso nulla è condannabile, si può soltanto prenderne atto per aggiungere consapevolezza. Quello che la luce del cuore vorrebbe è la pace e la libertà che deriva dall'aver compreso il ruolo di ogni cosa che ci appartiene o ci sfiora. Solo così ci si può affrancare con animo alleggerito dalla pesantezza di una maschera, qualsiasi essa sia e per qualsiasi motivo sia nata. Se il tuo tempo presente ha ancora bisogno di una maschera, vivilo, ma, se puoi, comprendine il perché, per non divenirne schiavo. Questa è la voce della sincerità con se stessi.

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